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Pro cessione

Siamo tutte noi badanti attente, la domenica di pasqua lontano dalle chiese ai margini della città e del mare
del mare oggi plumbeo e verdastro
sotto questo vento coperta imperfetta
che ci scopre le orecchie

parliamo in russo e portiamo scarpe basse
ballerine in panchine
sorridiamo al sole a tratti
a raffiche odorose di petrolio
mentre bianche rondini di mare
pigolano tra il vociare dei mozzi al molo Ichnusa
3 navi cariche di turisti e 1 cargo

questo riversa la pasqua a Cagliari quest’anno
svincolata dai cori di morte.

Perla beffana

Si aveva il bisogno di sapere
la temperatura d’estate e d’inverno
e si andava cercando la farmacia
-i gradi centigradi analogici verdi-
ed era un sollievo
-una diagnosi certa-
e allora sapevi cosa indossavi se andava bene
o bisognava aggiustare la
terapia dell’abbigliamento.

Si aveva bisogno del rito invernale
di andare a vedere il mare
quanto fosse lontano ancora dal ferragosto
e lo shock fra il supposto e il ricordo creava
un piccolo picco di adrenalina e la
serotonina iniziava a pompare
mimando un sorriso sornione sui volti.

[ancora oggi la gente si reca al mare a natale
s’imbacucca, farcisce e fascia i mummy-bambini innervositi
che sudano celando le prime mini-bestemmie]

Si andava alla spiaggia
e si scriveva sulla sabbia
sempre le stesse stolte parole
Ti amo col cuore
aspettando l’onda che le
cancellasse ridendo.

Poi l’amore finiva
e uno rimaneva lì, stupìdo.

Quante cose stupite fa la gente
che già le sapeva col cuore
in fondo -dico- sapevano già la temperatura
tastando il polso della situazione
passando il palmo sulla fronte
e la febbre dei figli, cosa la misuravano a fare
che già si vedeva.

Ma l’essere umano ha sempre
bisogno di
conferme sul clima,
sul tempo, sulla temperatura

un bel display analogico
verde.

Filastrocca della bambina drago

babbo natale non esiste
non esiste il natale
babbo non c’è – non esiste
non esiste natale non esiste babbo non esiste il santo babbo
non esiste il santo babbo natale
esiste un diamante
il diamante si fa col carbone
col carbone di tutto il male che brucia
di tutto il male che brucia si fa il diamante
ti regalo il diamante
ti regalo il diamante che ho trovato in fondo alla mia veste
in fondo alla mia veste sdrucita avevo cucito nascosto un diamante
ho ri-trovato il diamante e te l’ho dato
non so: dimmi se brilla o no
io non vedo
io sono nuvole pioggia e fuoco
io posso tutto e non posso
io sono nuvole pioggia e fuoco
mi estinguo e ritorno
e, come per un infinito,
giuoco.

Mai sprezzante

Gente che disprezza tanto quanto ama
Gente che dice che ama tanto quanto disprezza
Uno mai sprezzante che dice che ama
Gente lo disprezza
Gente che dice che chi non disprezza non sa amare
Uno non disprezza la gente che lo disprezza.
Uno ama e si inchina a tutta quella gente.
Gente lo sputa.
Uno si inchina a distanza.
Gente lo rincorre e lo bastona.
Uno sta a maggiore distanza e si inchina.
Gente disprezza.
Uno ama mai sprezzante e ancora si inchina.
Gente si ferma a guardare.
Uno ama.
Uno ama un altro.
Un altro ama uno.
Ancora un altro ama un altro.
Gente ama anche chi non disprezza.
Chi non disprezza ama.
Uno è madre di tutti.

Sagara

Bianca di pelle la figlia del drago
Veloce e loquace ragazza e serpente
Offre la gemma al Budda che accetta
In un niente.
In quel lasso di tempo seduta su un loto
stesso diviene in un uomo incarnata
E mostra alla folla saggezza arretrata.
Il mondo si trema si scuote in sei modi
“Mettete gli occhiali e guardate coi cuori!”
Poi torna bambina, a Manjushri s’inchina:
ha appena otto anni
è già madre madrina.

S.O.S.

Quelli, quelli si sostengono a vicenda.
Si sostengono a vicenda col carico addosso e chiedono agli altri di guardare.
Lo chiedono con la struttura, con la torre di corpi in tensione.
C’è tutto quello che hanno sofferto in questo mondo.
Chiedono a noi di usare gli occhi, di farci fotografare con gli occhi spalancati.
Perché non ci credono che stiamo a guardare.
Perché non ci credono che staremo ancora a guardare
Fino a quando le mosche non ci riempiranno gli occhi.

Poesia dell’arazzo

A te mi ricongiungo per via dell’orecchio vigile
astuta fra le ciglia un pensiero premeditato dal mare che luccica tra le ombre corte di
luglio
Luna laboriosa laboriosa luna
Nell’onda ricami arabeschi di luce coi fili d’argento mi tiri
Marea del giorno che scema
mi scusy.

Poesia d’Ulisse o poiesis delle voci

La tua voce si moltiplica sirene, quante sei?
A tutti cero gli orecchi e mi legano al palo su cui batto il capodoglio e schizzo da e
per tutto
Ma non è cervello
È acqua.
Com’entra la tua voce si divide in tanti canti e la schiuma mi bracca.
Quanta voce hai sirene
Quante voci sei.

L’ammento di mama

amore mio piatto dice
amore che mi ami di un amore non visto
vasto e profondo
amore che mami amore che mama navigando
mimando la fuga e nel mentre restando
amore che ristagna nei tubi di sotto
amore che fu allagato e impregnante
amore che lasciasti le tracce nei rigonfi lamenti
amore che hai i muri sbrecciati crepati inermi
amore che mai lasciato ancorata ancora mhai

La mama

La mama è come il re-vaso
Che irrora di vino e saliva a spruzzo il capo dei sudditi chini
La mama fa il potlàc al figlio suo proprio
senza pudore lo gonfia di aria di beni straricchi lo gemma l’indora
Di latte e di miele lo nutre
Di arazzi preziosi lo abbiglia
Lo acconcia di boccoli e trecce
Di uropigio lo spalma e protegge
Col soffio gli dona la vita e nell’allevare ci cresce
Gli dà la parola lo ninna e lo rima
Lo liscia e lo accoglie finché non si toglie e cammina
Gli lancia frecce e poi boomerang e anelli bracciali e collane di stringhe di rame e conchiglie frammiste a denti di squalo
Ci gioca alla rana. Di tutto si sgrana. Poi ricomincia daccapo.
La mama.